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Caterina pennestrì
Gli “ismi”
dell’Ego
Giulio Manglaviti,
reggino, venticinquenne, artista eclettico dedito alla pittura, scultura,
fotografia e incisione, si affaccia all’arte contemporanea affermando il suo
Egoismo. Egoismo: “amore vizioso per se stesso, per il quale l’uomo tende
solamente al suo utile”. Ma è a questa definizione che l’artista guarda?
Esistono diversi Egoismi e oltre ad un amore sviscerato per sé stessi
questo affetto è spesso una necessità per non cadere, per non lasciare che la
realtà ci sovrasti e ci inglobi nei suoi meccanismi spesso incomprensibili.
Serve Egoismo anche per darsi una possibilità, per prendere in mano la propria
vita e dare forma alla propria arte, nonostante tutto. È questo Egoismo che è
evidente nelle opere di Manglaviti, siano tele siano esse fotografie. La lotta
di un prato con un cassonetto, o di un cancello gettato, che persa la sua
utilità diventa oggetto di un’opera e aprirà a chissà quali spazi, nelle sue
foto tutto è conflitto per riemergere, per non essere dimenticato.
È un nuovo sguardo su una situazione banale che diventa epifania di un
soggetto-oggetto che non si arrende. L’amore per se stesso di Manglaviti è una
lotta tra i valori secondari, materiali, di una società veloce nel dispensare
giudizi e i valori primari di un Es che ha bisogno di essere espresso,
conosciuto e fissato su una tela, su carta, su una lastra o assemblato, per
affermare la propria costante presenza. Nelle tele l’urgenza primaria è evidente
nel gesto veloce che invade lo spazio, lo organizza in una composizione che ha
sempre al centro un nucleo, un’isola, una cellula, una traccia di sé. Manglaviti
ha poi l’esigenza di fissare una sua cornice pittorica, di proteggere
ulteriormente il suo centro dai limiti del luogo pittorico, dall’esterno, dal
reale. Una muraglia (forse proprio L’Egoismo?) protegge se stesso e ne permette
l’autoaffermazione. Ecco nuovamente la lotta tra l’Es, protetto nella sua
affermazione e l’esterno pronto ad assimilarlo frettolosamente nell’anonimia.
Lo sfondo sensibile delle sue opere crea un raccordo cromatico che unisce il
centro alla cornice difensiva. Graffi, striature e incisioni sulla pasta
cromatica rendono drammatica questa affermazione di sé eseguita da un lato con
la velocità di un getto impulsivo ed energico, dall’altro tenendo in mente un
ricorrente schema spaziale. Irrazionale e razionale, Giulio Manglaviti, ci offre
una testimonianza di sé tramite tutte le sue opere appellandosi all’Egoismo ma
non fine a se stesso, un Egoismo finalizzato alla realizzazione del
proprio mondo interiore, che diventa motore e specchio del proprio fare.
Appunto storico-artistico
Dal
punto di vista storico artistico, l’arte di Manglaviti ci riporta alla
gestualità e alla superficie piena e presente del periodo Informale degli anni
’50, situazione internazionale di volontà di espressione di urla intime e
graffianti, di sfiducia nella società e nelle “magnifiche sorti e progressive”
colpevoli dello scempio mondiale. Stessa incisività, stessa potenza espressiva,
stessa volontà di rifiuto esterno, stessa presenza fisica che grazie alla
pochezza figurativa apre il campo a distese noetiche.
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Francesca Mazzarelli
Responsabile centro culturale Zerouno - Barletta
Un’opera nell’opera, un quadro in se stesso. La pittura di Giulio Manglaviti si
articola così: si spiega dal suo supporto e vi ritorna, come se tutto nascesse e
si esaurisse lì, in un unico centro nevralgico. E’ un dibattito interiore che
nel gesto artistico diviene incisione dei proprio pensieri, “cicatrice” di
dolori e di percorsi intrapresi. Le opere sono manifesti di ciò che si è. Un io
che si distende, vibra, si agita e si percepisce nella sua maggiore profondità è
cornice di sé nelle sue comprensioni personali. Il colore centrale è lo stesso
che lo incornicia come se il tutto fosse sempre e solo in sé, al di là del
resto, oltre l’apparente, ben lontano da quel che c’è intorno. Il giovane
talento all’apparente rigorismo seriale e cadenzato alterna e oppone un’
irrequietezza gestuale e ideale. Sembra circoscritto alla centralità delle opere
il suo ego sistematico, fremente e trepidante, pacato e disteso avvolto da
colori che si evolvono rapidamente e che da fondi monocromatici e pure distese
si articolano in ulteriori densità e sovrapposizioni di colori. I suoi lavori
racchiudono una visione compatta e personale delle realtà circostanti, a cui si
relaziona in modo soggettivamente timido e particolarissimo. Una pittura di
estremo interesse quella di Giulio Manglaviti la cui chiave di lettura è
necessario cercarla nel proprio intimo.
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G. Paolo
Manfredini
Il tono
materico un po’ surreale delle masse di colore fluttuanti nei quadri che recano
l’intitolazione di “auto-ritratti informali”, grondanti di intenzioni poetiche,
le cui vernici antirombo ed i mix di tecniche e materiali usati, con le
trovate rugosità e i folding decostruttivi, impongono formulazioni linguistiche
di babeli faticosamente ma brillantemente strascicate.Uno
sfogo di narcisismo estetizzante in un prudente emergere dell’inconscio
favorisce una contenuta negoziazione tra le culture, i saperi e le tradizioni,
esprimendo una propria peculiare bellezza e nobiltà psicologica del processo
creativo, come si trattasse dell’incarnarsi di una lunga e profonda meditazione.
Peccato che molti di noi si dimentichino oggi quanto sia difficile avere
certezze sulle realtà dei fatti e della vita!
Per i valori occorre armarsi
di grande disincanto, giacchè oggigiorno è praticamente impossibile capire che
cosa siamo e dove vogliamo andare. E non ci sono esperti, né sciamani che
possano e sappiano monitorare e prevedere il futuro per ogni cosa delle arti.
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Giorgio Pilla -
Venezia
"Il segno puro
delle incisioni di Giulio Manglaviti ci conduce verso percezioni animistiche
colme di una trascendenza che travalica la fisicità del linguaggio stilistico.
Il suo dettato pittorico è il prodotto di una cultura che agisce in antitesi al
realismo per evocare momenti e concetti estetizzanti e platonici."
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Tiziano Pecchioli -
Firenze
Un quadro è per Giulio Manglaviti un concentrato di esistenza, uno specchio che
riflette il suo “Io” più profondo. Non c’è un prima e non c’è un dopo, c’è l’ansia,
la netta separazione tra l’Io ed il resto. Perché Egoismo? I suoi quadri sono
“autoritratti” dello spirito, sono pensieri ed emozioni. Il suo Egoismo può
allacciarsi all’informale, allo spazialismo; egli si pone come un caposcuola di
un modo nuovo di fare e vivere la pittura. Se si guardano con attenzione i
lavori di Giulio Manglaviti si nota che al centro egli stesso si rappresenta.
Basta a rappresentarlo una sola macchia di colore, una stuccatura. Dopodiché
intorno alla sua rappresentazione si crea un muro inesplicabile che rappresenta
“lo stacco del suo ego dalla società”.
Lo spazio al centro è il suo personalissimo mondo, creandogli intorno un
cromatismo invalicabile, con in più la sempre presente inquieta umanità
dell’artista, che si ritrova coinvolto emotivamente negli avvenimenti che lo
circondano.
Un Egoismo, badate bene, mai ateo, ma carico di connotazioni trascendentali.
Un Egoismo che non è mai accusa verso l’alterità. Quindi Egoismo che si
contrappone al vero egoismo dominante. L’arte di Giulio si innesta senza mai
spiritualizzarsi e quindi mai allontanandosi dal centro dell’uomo. La sua arte è
umana ed è proprio nell’essere umano che egli coglie le sue virtù e le sue
ambiguità. Egli si crea un Eden, un’origine appunto. Un giardino dove l’albero
della conoscenza del bene e del male è il suo stesso corpo.
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