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IMMAGINI DALL’ANIMA
“Fare fotografia significa, per me, viaggiare, prestando attenzione, per
istinto, alle realtà oggettive minute e apparentemente insignificanti, assurde o
stravaganti, evidenziando, attraverso gli scatti, la poesia intrinseca delle
cose.” Migliore definizione non si può dare, com’egli stesso ha fatto, alle
opere fotografiche di Giulio Manglaviti. Il giovane artista ha portato avanti in
questi anni un lavoro assai intenso, sia in ambito fotografico, il suo “primo
amore”, che in quello grafico e scultoreo, lungo il quale ha maturato, in alcuni
momenti anche drammaticamente, un proprio vivace ed interessantissimo linguaggio
espressivo. Così i suoi ritratti, giocati su un forte contrasto luce-ombra,
sembrano sintonizzarsi su una visione-immagine-ricordo miscelandola,
sovrapponendola, sfocandola, inserendola entro forti e tangibili emblemi
allusivi. Ed ecco che l’attenzione si sposta a quella sua particolarissima
linfa, misto di emozioni, sentimenti, poesia, vedi “cancello sulla spiaggia”
dove il cielo si chiude nel mare – un omaggio casuale alla “Porta” di Duchamp,
ma che solo l’occhio attento e sensibile dell’artista ha carpito – dove la sua
espansione vitale segna quella piattaforma di partenza da dove gli scatti, di
quei fotogrammi di vita, di tempo sono mirabilmente “bloccati” per l’eternità
mantenendo inalterata la loro espressività. Nelle sue immagini dà un’avvertita
tensione, oppressione quasi dolorosa, che tiene conto dei problemi di un
rapporto con la realtà, si passa ad una dimensione-ambiente dove la tensione si
attenua sino a svanire completamente, lasciando così spazio ad una staticità e
calma quasi metafisica. Giulio affonda le sue radici espressive nel passato, in
quella “liturgia” artistica che gli dà modo di affrontare la sua vita da giovane
artista, non precludendo nessun tipo di linguaggio espressivo che egli
metabolizza per poi farlo riemergere tra le righe nel modo e nel momento più
opportuno, tanto da non far capire fino a che punto ciò sia veramente e sempre
un fenomeno inconscio o sapientemente voluto. Fotografa ciò che per gli altri
“non significa”, immagini filtrate quasi in uno schermo della memoria, non mira
ad una sorta di fisico impatto, piuttosto ad una sua elusione che accerti come
la misura di una distanza tra il suo “Ego” e gli altri. Apre una prospettiva
diversa, che dalla crisi espressiva ed ideologica propria della società
contemporanea, lo fa sprofondare in quella più libera e prolifica che è propria
della sua memoria, del suo “Io” in modo da inserire citazioni concretamente
descrittive nel contesto dell’immagine, vedi “autoritratto”. Ha allontanato
l’immagine fisica della schiavitù della sua praticità per sintonizzarla sulla
visione immagine-ricordo, facendo sì che essa sopravviva ai propri “divoratori”.
Giulio Manglaviti riconosce che la sua opposizione interna è un’opposizione
“eterna”, che lui deve accogliere e sospingere verso il suo limite di rottura.
Storia e vita, passato e presente, contestazione e quiete, labirinto in cui il
giovane artista sapientemente conduce lo spettatore tra il perenne enigma di
luce ed ombra, dove anche le ferite di oggi, assumono l’apparenza e la
malinconia dei ricordi, che diventano memoria.
Remo F. M. Malice
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