GIULIO MANGLAVITI
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Egoismo

 

Egoismo come corrente artistica...

                                                      

L’EGOGRAFISMO DI GIULIO MANGLAVITI

 

La pittura e la grafica di Giulio Manglaviti seguono un itinerario che ritorna sempre su se stesso. Le tensioni sembrano espandersi all’infinito ma, alla fine, rimangono sempre lì, attorno al nucleo, al centro di ogni sua opera, in modo quasi ipnotico. Un quadro è per Giulio un concentrato di esistenza, uno specchio che riflette il suo Io più profondo. Non c’è un prima e non c’è un dopo, c’è l’ansia, la netta separazione tra l’Io ed il resto. Questa separazione cosciente gli trasmette sicurezza e consapevolezza di sé nelle relazioni con ciò che lo circonda: niente e nessuno riuscirà mai ad entrare all’interno del suo grafismo materico. Questo non procede in maniera incondizionata ma è legato in modo indissolubile al centro della tela, al nucleo, all’Io di Giulio, all’interno di un particolare sistema spazio-temporale. Lo spazio del dipinto diviene così un tutt’uno con la durata stessa dell’azione del dipingere che non trova altra giustificazione e riferimento che in questo suo sistema. Non per questo egli rinuncia a porsi gli interrogativi sul mondo, sulla natura e sull’essere umano, sulla struttura stessa del pensiero e del  linguaggio. Ma lo fa sempre egoisticamente, mantenendosi al centro del suo personalissimo mondo, creandogli intorno un cromatismo invalicabile, con in più la sempre presente inquieta umanità dell’artista, che si ritrova coinvolto emotivamente negli avvenimenti che lo circondano. E nel far ciò mette in crisi ogni sua pretesa di verità, distaccando così sempre più la sua psiche dal mondo reale, fino ad avere una visione quasi medianica e totalmente soggettiva della realtà, non più concreta ma virtuale. Una conoscenza mutilata, alterata, dunque, gli sta davanti. Giulio è coscientemente e volutamente incatenato alla coerenza stilistica, ad una visione quasi monolitica della sua ricerca. Questa in lui insegue il singolo e particolarissimo gesto, il suo guizzo cromatico, un unicum anche nella grafica, dove la serialità è connaturata alla tecnica stessa. Ed ecco quindi intervenire direttamente su ogni suo singolo pezzo, con smarrimenti e ritorni, in un andirivieni della coscienza lungo gli intricati corridoi del suo ego, un’impronta irripetibile. L’azione della sua pittura logora la sua inquietudine intellettuale, la materialità e l’insistenza spasmodica di linee spiraliformi, e i colori si materializzano in un’espressione costantemente inseguita, in un’emozione fortemente vissuta. L’arte di Giulio è per lui “gesto sacro”, originario e finale, prigioniero del mito dell’onnipotenza e liberatore della forza primigenia nella propria esibizione estetica, impaziente di trasformarsi nella sua forte inquietudine esistenziale, perennemente in lotta, cercando “di vincere una gretta esistenza quotidiana”.

                                                                  Remo F. M. Malice

 

 

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